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25 febbraio 2012
Lady Snow by Menozzi Debora su Repubblica.it
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17 febbraio 2012
In memoria di Giordano Bruno: 3°GIORNATA DELLA MEMORIA PER LE VITTIME DELLA "SANTA" INQUISIZIONE

«Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città di Nola vicina
a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città, et la professione mia
è stata et è di littere et d'ogni scientia; et mio padre haveva nome Gioanni,
et mia madre Fraulissa Savolina; et la professione de mio padre era di soldato,
il quale è morto insieme anco con mia madre. Io son de età de anni
quarantaquattro incirca, e nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell'anno
'48...»
Filippo Bruno nacque a Nola, presso
Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era
un militare, uomo di spirito, in amicizia col poeta Luigi Tansillo (1510-1568)
la cui famiglia, era originaria di Nola. La madre Fraulissa era figlia di
Iannello Savolino una famiglia di piccoli proprietari terrieri, ed andò sposa,
in data non precisata, a Giovanni Bruno, portando in dote una casa alle pendici
del colle Cicala ed un campicello. Col marito costantemente lontano, fu il
fratello Scipione, quale zio materno, a svolgere nei confronti di Giordano, il
ruolo di tutore. Nel Sigillus sigillorum, Bruno ricorda quando ancora in
fasce, si era visto accostare nella culla da un serpente e in quella occasione,
per la prima volta, aveva invocato in maniera distinta il nome del padre, per
chiedere aiuto. Della sua fanciullezza, Bruno descrive soprattutto la solitudine
e la desolazione, i momenti di felicità li trovava a contatto con la natura sull’ameno
monte Cicala. Compì i primi studi a Nola, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove
frequentò gli studi superiori e dove prese lezioni di dialettica, logica e
mnemotecnica presso l’Università locale.
Nel giugno 1565 entrò, a diciassette anni, col nome di Giordano, nell’ordine
domenicano dei predicatori nel convento di San Domenico Maggiore. Ma la sua
personalità inquieta, la viva intelligenza, il desiderio di conoscenza, mal si
accordavano con le rigorose regole dell’ordine monastico: dopo solo un anno fu
accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi. Divenuto sacerdote nel
1572 celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di San Bartolomeo, proclamato
dottore in teologia nel 1575 e processato nel 1576 per aver letto gli scritti
assolutamente proibiti del teologo, umanista e filosofo olandese Erasmo da
Rotterdam (Rotterdam, 1466- Basilea,1536), e per i dubbi che manifestava circa
il dogma trinitario. Temendo per la gravità delle accuse, Giordano Bruno fuggì
da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico. Ne due anni seguenti soggiornò a
Noli, Savona, Torino, Venezia, Padova (dove pur in mancanza di una formale
reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito), Bergamo, Brescia, Lione e da qui
fino alla lontana Ginevra, capitale del calvinismo al quale, deposto l’abito
domenicano, aderì formalmente. Divenuto docente nella locale università nel maggio
1579 pubblicò un libretto in cui evidenziava i venti errori in cui era incorso il titolare della
cattedra di filosofia in una sola lezione. Arrestato e processato per
diffamazione e convinto a pentirsi sotto
pena di scomunica, Giordano Bruno dovette lasciare Ginevra, per recarsi a
Tolosa nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione
presso un confessore gesuita, ma ottenne un posto di lettore di filosofia nella
locale università.
Nel 1581 lasciò Tolosa e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di
"lettore straordinario" (i lettori "ordinari" erano tenuti
a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un
corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino: il successo
del corso fu tale che ne giunse notizia ad Enrico III di Francia (Fontainebleau, 1551 –
Castello di Saint-Cloud, 1589), ultimo re
della dinastia Valois, al quale Giordano Bruno dedicò il
suo De umbris idearum con l’annessa Ars memoriae ottenendo la nomina a "lecteurs
royaux" (lettore straordinario e provvisionato), nomina che gli consentiva
una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di
criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità
nella produzione filosofica e con il favore del re divenne apprezzato amico del
diplomatico francese Michel de
Castelnau Sieur de la
Mauvissière (1520-1592), ambasciatore di Francia in
Inghilterra presso la regina Elisabetta I d’Inghilterra (1533 -1603), la Regina Vergine ultima monarca
della dinastia Tudor, la quale corte ebbe modo di frequentare dall'aprile del
1583, e presso la quale continuò a pubblicare importanti opere tra le quale lo Spaccio della bestia trionfante ed il Degli eroici
furori dedicate a sir Philip
Sidney (Penshurst, 1554 - Zutphen,1586) poeta, militare e cortigiano
britannico, nipote di Robert Dudley (1532-1588) conte di Leicester favorito
della Regina Vergine e poi da esso bandito. Alcuni di questi testi risentono di
polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese.
Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, durante un dibattito mise
in difficoltà, lo stimato docente John Underhill (Cornmarket,1545 c.a. – Londra, 1592), i colleghi del
quale vendicarono l’Underhill alcuni mesi dopo, quando Giordano Bruno ottenuto
l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, durante
le quali difese le teorie del prete, medico, giurista ed astronomo Mikolaj Kopernik (dal latino Nicolaus
Copernicus l’italiano Niccolò
Copernico, Torun, 1473 - Frombork,
1543) sul movimento della terra, lo
accusarono di plagio verso alcune opere del filosofo ed umanista
italiano Marsilio Ficino ((Figline Valdarno, 1433 –
Careggi, 1499), accusa che lo costrinse ad interrompere le lezioni. Ma quello
che veramente infastidiva gli intellettuali ed i religiosi inglesi del tempo erano l’anti-aristotelismo
e le idee di Giordano Bruno sulla cosmologia.
Tornato in Francia a
seguito del rientro del Castelnau, Giordano Bruno si occupò della scoperta del
matematico italiano Fabrizio Mordente (Salerno, 1532 -1608):
il compasso differenziale grazie al quale era resa possibile la misurazione della
circonferenza, dell'area del cerchio e delle frazioni d’angolo, e su invito del
quale scrisse una prefazione in latino al trattato dell’inventore, che
consisteva in un unico ricco ampio foglio illustrato, nella cui stesura prevalevano
talmente le applicazioni che il Bruno faceva dello strumento per avvalorare le
sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, confutando l'ipotesi
aristotelica dell'incommensurabilità degli infinitesimi e confermando così
l'esistenza del "minimo", base della sua teoria atomistica, da
oscurare l’invenzione. Offeso, il Mordente acquistò tutte le copie disponibili
e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e
dal tono sarcastico Idiota triumphans seu
de Mordentio inter geometras deo. La tensione creatasi con il matematico
cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, le tesi fortemente anti-aristoteliche
contenute nell’opuscolo Centum et viginti
articuli de natura ed mundo adversos peripateticos, discusse a nome del
maestro dal suo discepolo J. Hennequin, che suscitarono la reazione risentita
dei cattedratici francesi del Collège de Cambrai, convinsero il Giordano Bruno ad
abbandonare Parigi per Wittemberg, in Germania, dove insegnò per due anni nella
locale università come "doctor italus", al termine dei quali si
congedò con una Oratio valedictoria
con la quale ringraziava l’università per averlo accolto senza pregiudizi
religiosi, ed elogiava calorosamente il teologo tedesco Martin Luther (Eisleben, 1483 - 1546) per il suo coraggio
nell’opporsi Chiesa Cristiana Cattolica Apostolica di Roma ma non rinnegava le
critiche circa la dottrina luterana già espresse in opere quali Cabala e Spaccio.
Dopo un breve
soggiorno nella Praga di Rodolfo II d'Asburgo (Vienna, 1552 - Praga, 1612), al quale dedicò gli Articuli adversos mathematicos, alla fine del 1588 si recava a
Helmstedt dove pubblicò gran parte delle sue opere sulla magia: De magia , De magia mathematica, Theses de magia, e dove per poter
insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderì al luteranesimo, dal
quale fu scomunicato dopo nemmeno un anno dal locale pastore Gilbert Voet per
motivi forse di natura privata. Dopo una breve permanenza a Francoforte ed a
Zurigo tornò a Francoforte dove nella primavera del 1591 fu raggiunto da due
lettere, attraverso la mediazione del libraio ed editore veneziano Gian
Battista Ciotti al quale il nobile veneziano Giovanni Mocenigo (Venezia, 1558-1623) si era rivolto per avere
informazioni su quale studioso potesse impartirgli lezioni di mnemotecnica. Giordano
Bruno scomunicato dalla chiese cattolica e da quelle riformate, in rotta con
gli ambienti puritani, isolato e indesiderato a livello europeo, accettò
l’invito perché aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica
veneta rispetto al Papa, perché aspirava alla cattedra di matematica dell’università
di Padova, e perché vedeva se stesso come un "Mercurio mandato dagli
dèi" per diradare le tenebre del presente. Giordano Bruno giunse a fine
marzo del 1592 in
casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, uomo di non
elevata levatura intellettuale, di carattere irresoluto, non alieno da una
certa malvagità d’animo e piccolezza di spirito, insoddisfatto nella sua
aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, indispettito per il
carattere indipendente del Bruno, il Mocenigo dicevamo, contravvenendo alle più
elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse il filosodo nelle sue stanze e lo
denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire
bestemmie e frasi eretiche.
Al processo, subito
iniziato, Giordano Bruno si difese sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche
e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva
pienamente alla dottrina della Chiesa, chiedendo perdono per qualche frase
sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe attestazioni favorevoli da
parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Tutto faceva sperare in una
prossima assoluzione, quando giunse improvvisamente da Roma la richiesta del
trasferimento del processo al tribunale centrale del Sant’Uffizio. La prima
risposta del senato, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, essendo l’inquisito
cittadino non veneziano ed il suo processo iniziato nel 1575, Giordano Bruno fu trasferito a Roma nel
febbraio 1593 in
una cella del nuovo palazzo del Sant’ Uffizio, fatto costruire da papa Pio V (nato Antonio, in religione Michele, Ghislieri. Bosco Marengo, 1504 –
Roma, 1572, dell’Ordine domenicano dei Frati Predicatori) nei pressi di Porta Cavalleggeri.
Del processo, che si
protrasse per ben sei anni, e durante il quale per almeno una volta si ricorse all’uso
della tortura, rimane solamente una sintesi, ritrovata nell’archivio personale
di papa Pio IX (terziario francescano, nato Giovanni Maria
Mastai Ferretti, Senigallia, 1792 – Roma, 1878), compilata ad uso dei
giudici, che mostra il progressivo sgretolamento della tesi difensiva del filosofo
nolente, circa la separazione tra il piano filosofico sul quale, soltanto, aveva
speculato e quello teologico, che non gli interessava. 
I capi d’accusa erano ventiquattro:
1. Negazione della transustanziazione (conversione della sostanza del pane
nella sostanza del corpo di Cristo e della sostanza del vino
nella sostanza del sangue di Cristo, che avviene, durante la celebrazione
eucaristica, dopo la pronuncia delle parole della consacrazione della preghiera
eucaristica);
2. Dubitare circa la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo Spaccio
della bestia trionfante;
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi (trasmigrazione delle anime o re-incarnazione) e
la possibilità che un anima sola informi due corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto
fu impiccato;
14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti
vennero a mala fine.
Decisivo per il
processo a Giovanni Bruno fu l’intervento nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino (Montepulciano,
1542 - Roma, 1621), nominato consultore del Sant’Uffizio. La Congregazione fece
esaminare dal teologo una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni
che gli erano state contestate come eretiche. Il Bellarmino, durante i colloqui
con il frate domenicano, tentò di fargli abiurare le tesi considerate eretiche,
ma Giordano Bruno ammise come eretiche solo sei delle otto proposizioni. Il
tentativo di Bruno era quello di abiurare ex nunc, ammettendo cioè che
solo da poco i temi di cui egli aveva trattato filosoficamente erano diventati
dogmi di fede, quindi giustificandosi con la mancanza di norme di ortodossia al
riguardo, ma questa scappatoia non gli viene concessa e il 15 febbraio gli venne
imposta un’abiura totale, che rifiutò.
Il 20 gennaio 1600, papa Clemente VIII
(nato Ippolito Aldobrandini, Fano, 1536 - Roma, 1605),
considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore
tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, fosse consegnato al
braccio secolare invocando, come solito tramite l’ipocrita formula, la clemenza
del Governatore, perché fosse messo a morte per rogo. Condotto nel palazzo del
cardinale Madruzzi, vicino piazza Navona, alla presenza dei nove cardinali
inquisitori, Bruno ascoltò la sentenza in ginocchio: quale eretico impenitente,
pertinace e ostinato sarebbe stato condannato alla degradazione, espulso dal
Foro ecclesiastico e consegnato al braccio secolare. Alla fine della lettura,
si levò in piedi e, rivolto ai giudici con viso minaccioso, esclamò la celebre
frase: "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che
la ricevo".
Bruno trascorse, dopo
la sentenza, ancora otto giorni di vita nel carcere di Tor di Nona, rifiutando
i conforti religiosi e ogni tentativo di redenzione che le visite quotidiane di
teologi e confortatori gli offrivano. Sul far dell’alba del giovedi 17 febbraio
1600, anno del sfarzoso e barocco Giubileo, la Compagnia di San
Giovanni decollato lo prelevò dalle carceri e lo condusse a Campo de’ Fiori, con la lingua in giova cioè con la
mordacchia, una sorta di briglia con cui si torturavano i condannati al
supplizio o i bestemmiatori, immobilizzando loro la lingua per impedirgli di
parlare. Giunti sulla piazza il filosofo nolente fu denudato, legato ad un
palo, ed arso vivo insieme alle sue opere ed ad ogni cosa che potesse
ricondurre a lui, perché era intenzione dell'inquisizione cancellare per sempre
la sua memoria.
Probabilmente le idee
di Bruno non sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, a sollecitare
scismi lontanamente paragonabili a quello luterano; ma si trattava di un tentativo
di sostituire una nuova tradizione sull’universo a quella tradizionale di S. Tommaso. E questo fu considerato un
pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla
filosofia, della religione sulla ragione.
"Giordano
Bruno nella teologia proclamò il panteismo. Nella cosmologia intuì l'infinità
dello spazio. Nell'astronomia sostituì il sistema eliocentrico a quello
geocentrico. Nella biologia affermò l'esistenza della vita in tutta la natura.
Nella psicologia dimostrò l'animismo universale. Nell'etica gettò le basi di
una morale positiva, areligiosa e indipendente sostenendo che tutto l'universo
è pervaso da una teleologia immanente, per cui si perfeziona e si migliora ogni
cosa, essendo la natura causa, legge e finalità a se stessa. Distrusse le
antitesi della metafisica, nella filosofia e nella scienza. Combattè l'antitesi
tra la forma e la materia. Combattè l'antitesi tra il cielo e la terra,
sostenendo l'unità di questi, la teoria geocentrica e l'ipotesi della pluralità
dei mondi. Combattè l'antitesi tra lo spirito e la materia, tra l'anima e il
corpo, tra il senso e l'intelletto, sostenuta dagli psicologi dualisti,
conciliando questi termini, creduti contraddittori, l'inseparabilità dell'anima
e del corpo e l'identità del senso e dell'intelletto. Conciliò le antitesi tra
la causalità cosmica e la volontà divina, tra la necessità naturale e la
libertà morale, tra la finalità trascendente e la finalità immanente, tra il
bene ed il male, riportando i contrari all'unità assoluta. Contro il dualismo
tra Dio e la Natura,
sostenne che Dio non è una causa esteriore al mondo, ma un artista interiore.
L'erroneo concetto del cristianesimo aveva scisso Dio dalla Natura, segregato la Natura dall'uomo. La Natura era decaduta,
maledetta, asilo di demoni, di spiriti malvagi. L'essenziale per Bruno, non è
la religione, ma la morale. Una morale senza dogmi che elimina la necessità di
una educazione ecclesiastica. Che mira alla liberazione attraverso lo sforzo e
la volontà individuale. La sua è una filosofia dell'eroismo, diretta a liberare
gli uomini dalla paura, così che possiamo essere veramente uomini, parte
consapevole, cioè, dell'infinito."  |
Nel luogo in cui arse il rogo che uccise
Giordano Bruno in piazza Campo de' Fiori è stata posta una statua,
opera dello scultore Ettore Ferrari a perenne ricordo dell'uomo, del
filosofo, del libero pensatore che la Sacra Inquisizione voleva
cancellare dalla storia delle umane genti. Articolo di Debora Menozzi/Lady RoseNoire
Fonti: Giordano Bruno e Vita di Bruno
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15 dicembre 2011
Gli abiti della collezione turco-ottomana del Museo della Tappezzeria Vittorio Zironi di Bologna in "Rivista di Studi Indo-Mediterranei"
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30 ottobre 2011
Il tempio di Venere Genitrix a Roma: Alma Venus, genitrix, hominum divomque voluptas.
Venere, Afrodite per i greci, in
origine era una dea italica della vegetazione primaverile, personificazione del
desiderio e del sentimento amoroso. I romani le diedero un grandissimo numero
di nomi ed epiteti corrispondenti ad altrettanti aspetti e funzioni
attribuiteLe, fra questi l’aspetto di Venere
Genitrix, che vince il male e restituisce fertilità e pace, in continua
rigenerazione.
Il tempio di Venere Genitrix fu voluto da Caio Giulio Cesare
(100 a.C.E.-
44 a.C.E),
conquistatore della Gallia. Il tempio rientrava in un progetto di ampliamento
del Foro Romano, inaugurato nel 46
a.C.E. e riguardante la costruzione di una lunga piazza
circondata sui tre lati da portici ed, addossato al colle capitolino, il tempio
a Venere Genitrix, la quale era madre
divina dell’eroe traiano Enea, che raggiunta la costa laziale diede origine
alla gens Iulia, dalla quale Cesare
discendeva. Attraverso quindi la costruzione del tempio a Venere Genitrix, egli ringraziava la Dea per le vittorie ottenute
in guerra e celebrava se stesso e le sue divine origini.
La costruzione di
questo foro diede vita ad una nuovo stile architettonico, che univa lo schema
greco ed ellenistico dell'agorà alla
classica struttura romana del tempio su podium: stile nel quale furono poi realizzati tutti i successivi fori
imperiali. Gaio Svetonio Tranquillo (70-126 C.E) nel suo De vita Caesarum scrive come davanti al tempio Cesare avesse fatto
posizionare una statua equestre che lo rappresentava a cavallo del suo destriero personale. Il
tempio fu affidato a un collegio di sacerdoti, incaricato di continuare i
giochi e le feste indette per la consacrazione, le quali furono però interrotte
alla morte di Cesare, per essere riprese per iniziativa di Augusto (63 a..C.E.-14 C.E.) ed una leggenda narra
che nel cielo apparve una grande cometa: l’anima di Cesare, dissero i romani.
Danneggiato dall’incendio sul
Campidoglio nell’80 C.E. fu ricostruito da Traiano (53 C.E.-117 C.E.) seguendo schema
architettonico e temi decorativi originari, e nuovamente dedicato nel II sc. Il tempio di Venere Genitrix era un tempio in stile
corinzio, di tipo ottastilo, cioè con
otto colonne sul fronte ed otto sui lati
lunghi, in marmo bianco lunense, ma privo di colonne sul retro, elevato su un
alto podio, si accedeva al tempio tramite due scale laterali confluenti in una
scale frontale che occupava il settore superiore del podio. Sopra l’architrave
correva un fregio sontuoso, decorato da girali di acanto. La cornice
sovrastante riccamente lavorata terminava con un motivo di delfini con code
intrecciate introno a tridenti, con un richiamo a Venere nata dalla spuma del
mare e portatrice dell’amore, di fertilità e ricchezza evocata dai rigogliosi
girali di acanto del fregio.
I muri della cella erano
ricoperti da pannelli di marmo bianco che scandivano verticalmente le pareti,
ed incorniciate da motivi vegetali e piccoli putti con le ali o amorini in
molteplici atteggiamenti. Il tema degli amorini tauroctoni, due amorini
affrontati nell’atto di sacrificare tori e quindi ministri di un sacrificio
celebrato in onore della Dea, pare sia stato appositamente creato per questo
tempio. Altri amorini, dalle gambe trasformate in foglie di acanto, depongono
offerte in un incensiere sostenuto da un elegante candelabro posto al centro
della composizione. Le colonne sorreggevano un
sontuoso fregio-architrave in marmo bianco lunese, nel quale ritroviamo i temi
degli amorini recanti oggetti-simbolo delle divinità dell’Olimpo rappresentati
perché rendessero omaggio a Venere. Sul lato frontale una terza serie
di pannelli raffiguranti amorini stant i leggermente di tre quarti, che
sorreggono ghirlande di fiori e frutta dalle
quali si snodano nastri dall’andamento sinuoso. Amorini incorniciavano anche la porta d’ingresso
sottolineando lo stretto legame tra Eros e Venere, gli amorini erano infatti
personificazioni di Eros, figlio di Venere e Marte, dio dell’amore, capriccioso
e scaltro, crudele e spietato. Il portale del tempio era
decorato da rigogliosi tralci d’uva, piccoli animali nascosti dalle foglie
lussureggianti. La stessa decorazione era riprodotta in una lastra raffigurante
un pergolato con tralci di vite simili al di sotto del quale si trovava un
recipiente per il vino sormontato da una maschera teatrale ed affiancato da una
pantera, con chiari riferimenti a Bacco che completa l’apparato simbolico
relativo alla Dea che porta prosperità, ma induce anche verso il prevalere
dell’istinto sulla ragione.
L’interno del tempio era
costituito da una cella a navata unica conclusa sul fondo da un’abside che
ospitava la statua di Venere Genitrix,
andata distrutta e sostituita con una copia in terracotta di un originale
bronzeo attribuito a Callimaco (Vsc a.C.E) raffinato scultore ed arhitetto greco, opera dello sculture greco neo-attico Archesilao. Al fianco della statua della Dea, ora consevata al Museo del Louvre a Parigi, era collocata un’effigie dorata di Cleopatra. Oltre a contenitori
con gemme incise, arricchivano il tempio due quadri di Medea ed Aiace, donati da Cesare sempre, incorniciati in una decorazione architettonica applicata alle pareti. Nel rifacimento dell'imperatore Traiano (53 a.C.E. - 117 a.C.E.) le
colonne del tempio inquadravano nicchie monumentali, sormontate da piccoli
timpani in marmo bianco ospitanti statue ed opere d’arte che facevano del
tempio un vero e proprio museo. Lo storico romano di lingua greca
Cassio Dione (155-229) nella sua Storia
Romana ricorda una statua di Cesare dedicata da Ottaviano 63 a.C.E.-14 C.E.), ed una statua collocata,
in un’edicola a sé stante, dal terzo imperatore romano Caligola (12 C.E. – 41 C.E.) della sorella
Drusilla (18 C.E.-38 C.E.) per la quale nutriva
un grande amore, tanto che alla sua morte l'imperatore la divinizzò come Diva Giulia. Gli
storici Tacito (55-120 C.E.)
e Svetonio (70-126 C.E.) i due fratelli avevano rapporti incestuosi.
Un ordine diverso architettonico nella
decorazione e nelle dimensioni esaltava due punti salienti della cella:
l’abside, delimitate da paraste (elemento strutturale architettonico inglobato
nella parete dalla quale sporge leggermente), da lesene (anch’esso elemento
strutturale architettonico inglobato nella parete dalla quale sporge
leggermente ma dalle sole funzioni decorative), ed il lato d’ingresso dove due
colonne che sorreggevano fusti in porfido più piccoli di diametro delle basi
sormontati da capitelli compositi, inquadravano all’interno il grande portale
di accesso all’aula di culto. Il completamento della zona
absidale è probabilmente di età adrianea con i pannelli con un solo amorino. La
ricca decorazione architettonica e scultore della cella era completata da una
pregiata pavimentazione in lastre di marmo “ a grande modulo” (Federico
Guidobaldi): lastre rettangolari incorniciate da fasce di paonazzo larghe un
piede e mezzo con quadrati di risulta ai vertici delle lastre rettangolari. Pronao (il portico colonnato
posto di fronte alla cella templare) e peristasi (porticato colonnato, di
solito quadrangolare che circonda, la cella, naos.) erano pavimentate in lastre di marmo lunense senza motivo
decorativo, ma non in asse con le colonne, bensì l’elemento di riferimento era
l’abside in fondo della cella: questo fa del tempio di Venere Genitrice un
edificio prototipale nell’architettura templare, che diverrà canonico nelle basiliche
paleocristiane. Articolo di Debora Menozzi (Lady RoseNoire)
----- Fonti:
M. P. Del Moro, M. Milella, L.
Ungaro, M. Vitti, Il Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano,
Mondadori Electa, Milano, 2007. Filippo Coarelli, Guida
archeologica di Roma, Arnoldo Mondadori Editore, Verona, 1984.
P.Maisto M.Vitti, Sotto il segno di Venere, in Archeo,
Anno XXVII, n.ro 8 (318), Agosto 2011, pp.38-53.
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Enea, figlio
del mortale Anchise, cugino del re di Troia, principe dei Cardani, e della
dea Venere, protagonista dell'Eneide del poeta romano Virgilio (70 a.C.E.-19 a.C.E.), fu esempio di uomo
obbediente agli dèi e umile di fronte alla loro volontà.
Bacco, il greco Dionisio,
era dio del vino, della vendemmia, e personificazione di quelle energie che
permettevano la maturazione dei frutti. Era raffigurato come un uomo col capo
cinto di pampini, ebbro reggente
spesso in mano ha una coppa di vino.
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10 ottobre 2011
A.Seierstad, Il Libraio di kabul
Leila … sente che il suo cuore è come una pietra pesante e solitaria, condannata a spezzarsi irreparabilmente. Leila si volta, fa quei tre passi che la separano dalla soglia, si chiude silenziosamente la porta alle spalle e se ne va. Il suo cuore infranto è rimasto lì. Presto si mescolerà alla polvere che entra turbinando dalla finestra, a quella che si nasconde nei tappeti. La sera stessa sarà lei a spazzare via tutto e gettarlo nel cortile di fuori.
Asne Seierstad, autrice de Il Libraio di Kabul, giovane giornalista norvegese nota per i suoi reportage in Kosovo, Cecenia ed Afghanistan appunto (per i quali ha vinto nel 2002 il prestigioso Free Speech Award, per il miglior reportage di guerra), entra al seguito delle truppe alleate a Kabul: abbiamo visto le immagini di uomini armati o in preghiera, i donne nascoste sotto i loro burka o che finalmente se ne liberavano, di bambini che andavano a scuola o che giocavano fra le macerie. Abbiamo vinto un popolo che cercava di risollevarsi dopo vent’anni di guerra. Due decenni di sangue e di sofferenze, di invasioni e di lotte fratricide. Ora è venuto il momento di ascoltare la voce di quel popolo … questa breve introduzione dell’autrice potrebbe bastare a commentare il romanzo, romanzo che vuole essere una testimonianza di vita di una famiglia afghana di medio ceto. In realtà pur essendo un romanzo ben scritto (e ben tradotto da Giovanna Paterniti), che cerca di riportare fatti storici, che presuppongono accurate ricerche, il Libraio di Kabul è il rassicurante libro sull'Afghanistan che ogni occidentale vorrebbe leggere. Rassicurante perché descrive una società retrograda, crudele, dove le donne sono vittime di se stesse e di uomini cattivi, e gli uomini di culture e concezioni arcaiche. Asne spiega con dovizia di particolari il regime talebano, cosa questo ha significato nella vita quotidiana di donne, uomini e bambini, il nulla che è seguito alla sconfitta dei talebani, il paese allo sbando, la miseria … quegli uomini armati che non sanno nemmeno che viso abbia Bin Laden o come fossero fatte le Twin Towers, o dove fosse New York ... ma si dimentica di raccontare con altrettanta dovizia di particolari della guerra disperata che il popolo afghano ha combattuto contro i talebani sotto lo sguardo indifferente del mondo e di come un gruppo di poveri, ignoranti, sparuti fanatici siano riusciti a giungere al potere; omette volontariamente di raccontare chi li armò, chi li appoggiò, chi decise che il mondo doveva essere indifferente.
Un libro rassicurante per qualsiasi occidentale perché assicura loro che il più grande problema per le donne afghane sia il burqa, ossessione dell'occidente, del quale si dilunga in lunghissime descrizioni su scomodità ed orrore, e non l’analfabetismo infantile, la mancanza di igiene, la mancanza di strutture … e soprattutto che se la mentalità di uomini e donne non muta, allora non servirà a nulla alle donne afghane vestire abiti occidentali, o camminare a viso scoperto ...
A. Seierstad, Il Libraio di Kabul, Edizione Sonzogno, Milano, 2003.
di Debora Menozzi
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24 settembre 2011
L’Oriente di Pasolini – Il Fiore delle Mille e una Notte nelle fotografie di Roberto villa
Una mostra su Pier Paolo Pasolini, uno degli ultimi intellettuali e grandi geni del cinema italiano il cui nome è sinonimo di libertà creativa, lontano dalle contaminazioni delle leggi di mercato, non meraviglia, ma emoziona.
Il fiore delle Mille e una notte (1973) fu il penultimo film diretto da Pier Paolo Pasolini prima della sua tragica uccisione (avvenuta nella notte tra l’1 ed il 2 novembre 1975), e l’ultimo capitolo della Trilogia della vita, comprendente le due precedenti opere cinematografiche Il Decameron (1971) ed I Racconti di Canterbury (1972).
Roberto Villa, fotografo e studioso di comunicazione (nato a Genova il 21 settembre 1937, che nel 2008 ha donato il suo archivio completo alla Cineteca di Bologna), seguì regista e troupe nelle terre dello Yemen e dell’Iran per documentarne le riprese, scattando milleduecento foto. Le foto in mostra presso la Sala Espositiva della Cineteca di Bologna sono una cernita tra i milleduecento scatti, e documentano non solo l’opera ed il lavoro del regista, ma anche i luoghi ed i volti di quelle terre dove i racconti de Le Mille e una Notte hanno avuto origine e sono stati tramandati tra i sussurri del vento ed i ruvidi volti del deserto.
La mostra, L’oriente di Pasolini è articolata in tre percorsi: i volti, i luoghi, il set.
I volti - una serie di primi piani delle genti d’oriente, uomini e donne, vecchi e bambini testimonianza dell’ultima disperata lotta condotta da quelle genti per sopravvivere uguale a se tesse, per non vedere scomparire la propria millenaria identità: gli uomini seduti nelle fumerie, od i venditori d’acqua, i cui abiti confondono le vecchie tradizioni d’oriente con le nuove d’occidente, in un contrasto disarmante e doloroso. E poi quei volti, i volti dei Vecchi, fieri di esserlo, i volti scavati da rughe che paiono wadi nel deserto.
I luoghi - fotografie di quel patrimonio dell’umanità che Pasolini celebra con la sua opera. L’azzurro del cielo, il giallo ocra del deserto, il verde dell’oasi di un paesaggio e di un’architettura che penetra in esso confondendovisi: Roberto Villa riesce a cogliere l’essenza di quel parto gemellare di Madre Terra, quasi ne fosse stato presente.
Il set del film – l’emozione, di un Pasolini concentrato, al lavoro, mentre osserva attraverso la cinepresa, o dirige gli attori, o discute il copione, anch’esso in mostra con le annotazioni del regista (vedi foto a lato). Un Pasolini il cui volto scolpito, il cui corpo granitico domina la scena, unico protagonista di un mondo sorto solo per compiacerlo.
L'Oriente di Pasolini è in mostra dal 26 maggio al 7 ottobre 2011, presso la Sala Espositiva della Cineteca di Bologna, Via Riva Reno 72, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00.
Ingresso Libero
Le foto di Roberto Villa sul sito della Cineteca di Bologna
di Debora Menozzi (Lady RoseNoire)
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9 settembre 2011
Biografia della dottoressa Nawal as-Sadawi: psichiatra, scrittrice, femminista, DONNA!
E' stato pubblicato sul sito l'Encilopedia delle Donne un mio contributo sulla scrittrice Nawal al-Sadawi, che potrete leggere linkando l'immagine ... buona lettura!

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4 settembre 2011
Kinku sigilli dell’età del Bronzo della regione di Gaziantep in Turchia

Kinku in lingua accadica significa letteralmente “etichette impresse”, esprimendo implicitamente la metodologia d’utilizzo del sigillo (termine con cui traduciamo in italiano la parola accadica), nelle civiltà proto-storiche del Vicino Oriente.
Gaziantep è una regione turca dell’Anatolia Sud Orientale, dove si trova la valle di Islahiye, luogo in cui nel 1883, furono ritrovate due statue in basalto decretando così nascita dell’archeologia pre-classica. Le prime campagne di scavo furono dirette dal Comitato per l’esplorazione dell’Antico Oriente, formatosi per l’occasione a Berlino nel 1887. Dal 2003 la missione turco-italiana diretta da Nicolò Marchetti per conto del Dipartimento di Archeologia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, in collaborazione con l’Università di Istanbul e con il Museo di Gaziantep, hanno condotto campagne di scavo nelle due città della Turchia sud-orientale di Tilmen Höyük e Tasli Geçit Höyük, (II millennio a.C). La spedizione turco-italiana ha scelto di adottare e sperimentare tecnologie all’avanguardia nell’ambito dello scavo e del rilevamento in situ, e di sperimentare tecniche di realizzazione di modelli tridimensionali dei reperti ritrovati, che renderebbe possibile la creazione di un database archeologico, consentirebbero nuove modalità di studio, e la realizzazione di copie del reperto in varie dimensioni.
La mostra Kinku, allestita in una delle sale del Museo Civico Medioevale di Bologna, documenta le metodologie e le nuove tecnologie di rilevamento e studio applicate dalla spedizione italo-turca a Giazantep di cui abbiamo parlato poc’anzi. Nelle bacheche sono esposte le impronte in plastilina dei sigilli, a stampo o cilindrici, mostrati in fotografia, accanto la scheda tecnica che ne riporta datazione, luogo di ritrovamento, dimensione, materiale originario ed un’ampia descrizione della simbologia e dello specifico utilizzo. Un disegno riproduce l’iconografia del sigillo, che si dimostrano essere veri e propri bassorilievi in miniatura, narranti usi e costumi delle civiltà dell’epoca,.
La possibilità d’interagire con schermi I-pad rende possibile comprendere come la rilevazione tridimensionale di un reperto consenta migliori possibilità di studio, come avvenga la tecnica di rilevazione tridimensionale, e contestualizzare geograficamente e storicamente i luoghi dei ritrovamento dei reperti.
Pannelli in lingua italiana ed inglese guidano il visitatore tra passato, presente e futuro, in un tempo ibrido sottolineato dalle pareti nere della sala, dal silenzio, fino a giungere dinanzi all’ospite d’onore della mostra: la stele, ritrovata all’interno del tempio posto nella città bassa di Tilmen Höyük, del XVIII sc a.C. (Bronzo Medio II) in basalto, scolpita in stile paleo-siriano raffigurante il dio della tempesta babilonese ed assiro Addu, analogo al sumero Hadad ed un alto dignitario di corte, accanto ad un visir.
Assolutamente consigliato l'acquisto del catalogo.
Per approfondire:
Kinku, il sito web della mostra
Museo Archeologico Gaziantep, Turchia
Il sito dello scavo nella città di Tilmen Höyük
Articolo di Debora Menozzi (Lady RoseNoire)
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27 agosto 2011
29-31 Agosto: IV Edizione dello SCIOPERO DEI CONSUMI
Per saperne di più:
La pagina FB : http://www.facebook.com/Urivoluzione
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Il sito internet : www.ultimaterevolution.tk
Il secondo sito : www.urevolution.tk
Il mirror : www.urevolution.byethost5.com
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21 agosto 2011
Tempio Sikh a Pessina Cremonese ... sikh e sikhismo.

Il sikhismo è una religione fondata dal guru Nanak (1469-1538) in Panjab.
I sikh (la parola sikh in sanscrito significa "discepolo") sono assolutamente monoteisti, Dio è l'unico creatore dell'universo, eterno ed onnipotente. Essi non riconoscono la divisione in caste, ma credono nel karma e nella re-incarnazione e che per liberarsi dal ciclo delle rinascite sia necessario perseguire l'amore e la pace universale.
Il khanda e l'ik onkar sono i simboli del sikhismo. Il khanda (vedi foto a sinistra); fu iintrodotto dal sesto guru Hargobind Sahib (1595-1644), ed è formato da due scimitarre, kirpans, che rappresentano il miri, potere temporale e piri, potere spirituale; un pugnale a due tagli, khanda, rappresenta la conoscenza di Dio, ed un disco, chakkar, la natura eterna di Dio e dell'unità del genere umano.
L'ik onkar (foto a destra) è il principio centrale della filosofia religiosa sikh e si trova su tutte le scritture religiose e gurdwara. E' la prima frase nel Mul Mantar, primo concetto composto da Guru Nanak ed origine dell'Adi Granth. L'ik onkar contiene l'affermazione del credo in un solo ed unico Dio: ikk infatti è il numero "uno" ed onkar significa "Dio". Il simbolo ik onkar è quindi formato dal simbolo del numero uno e dalla prima lettera della parola onkar, Dio.
Il Mul Mantar (vedi foto a lato) scritto in gurmukhi (alfabeto per scrivere la lingua punjabi) che non distingue lettere maiuscole e minuscole, è composto solo da sostantivi ed aggettivi, senza verbi e pronomi, alcuni dei quali intraducibili in lingue indoeuropee. Una traduzione data del Mul Mantar potrebbe essere questa: Un solo Dio, il vero nome, il creatore, senza paura, senza odio, senza tempo, creatore di se' stesso, noto per grazia del Guru. Vero all'inizio, vero attraverso i secoli, è ancora vero, Oh Nanak , sarà vero in futuro.
La comucità sikh è formata dai khalsa (puri) pronti a morire per la fede, dai mistici udasi (coloro che rinunciano al mondo), i nirmala (i senza macchia ) e gli akali ( adoratori dell’Essere senza tempo).
I segni distintivi sikh sono cinque: kes la folta capigiliatura raccolta nel caratteristico turbante, kaccha, i pantaloni corti alle ginocchia, kara un bracciale in ferro, kangha un pettine in legno, kirpan un piccolo pungale su cui sono annodati i capelli. Per una convenzione internazionale agli uomini sikh non può essere in alcun aereoporto chiesto di sciogiere il proprio turbante, anche secondo le nuove norme anti-terrorismo.
Il testo sacro sikh è l'Adi Granth, la cui scrittura è stata iniziata dal quinto guru Arjan (1604) e terminato dal decimo ed ultimo guru Govind Singh (1666-1708) nel XVIIIsc. L'Adi Granth è una raccolta di shabda, inni composti da grandi santi hindu ed islamici, e baani, preghiere che descrivono le qualità di Dio e perchè si dovrebbe meditare su di Lui. Guru Govind Singh ha nominato il testo sacro come suo successore elevandolo a Guru Granth Sahib. Brani dell'Adi Granth sono letti in occasione di nascite, matrimoni e funerali da lettori eruditi chiamati granthi, custodi del gurdwara: edificio per il culto o tempio sikh dove è custodito l'Adi Granth e dovela comunità sikh si riunisce per il culto sedendo di fronte al Sacro Libro, gli uomini da una parte le donne dall'altra. L'Adi Granth è posto sul Manji Sahib. Manji è una parola in lingua panjabi che significa "piccolo letto", sahib è un termine che indica onore e rispetto per la parola precedente. Il Manji Sahib è lungo 1,20 metri e largo 0,60 centimetri, quindi rettangolare, in telaio di legno e intrecciato con tessuti formando una struttura su cui sono posti tessuti preziosi e cuscini per sostenere il saroop (corpo) dello Sri Guru Granth Sahib ovvero l'Adi Granth, ricoperto da un tessuto bianco e poi dai rumallas, preziosi tessuti riccamente decorati. La struttura è poi sormontata da un baldacchino.
Centro del culto sikh in India è il Tempio d'Oro ad Amristar, nella regione di Majha in Punjab (India), ma il suo vero nome è Harimandir Sahib (Tempio di Dio), fatto costruire dal quarto guru Ram Das (1534-1581) nel 1577, su permesso del sovrano moghul Akbar il Grande (1542-1605), e completato dal sesto guru Hargobind. Amristar, "Laghetto del Nettare dell'Immortalità" è il nome dato alla cisterna scavata da guru Ram Das intorno al Tempio che in seguito diede il nome alla città che si sviluppò intorno ad essa.

(Clicca sulla foto del tempio per vedere il video su YouTube)
Articolo di Debora Menozzi
(Lady RoseNoire)
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Bibliografia:
Sirtori V. a.c.d., Dizionario dell'Induismo, Milano, Garzanti Editori, 1992.
Wikipedia.
http://www.searchsikhism.com/index.html
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Per saperne di più:
http://sikhismo.com/ (Sikh Italia)
http://www.searchsikhism.com/index.html
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