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Io non vi sarò.
Io mi alzerò e passerò.



Ho attraversato il Tempo
per poterti re-incontrare.
Ho attraversato il Tempo
per potervi perdonare.
Ho attraversato il Tempo, abbandonata alla tua Saggezza, dinanzi al Sacro Fuoco del tuo Altare.
Ho attraversato il Tempo per poterTi ancora contemplare.



Sole degli insonni
stella malinconica
il cui lagrimoso raggio
risplende
tremando lontano
tu mostri l'oscurità
che dissipare non puoi
come sei simile
alla gioia chiara del ricordo
così il passato scintilla.
Luce di altri giorni
che brilla ma non riscalda
con i suoi raggi fiacchi
raggio notturno di dolore
che veglia
da contemplare
distinto
ma distante
chiaro
oh ma sì freddo!
Lord Byron



Ho imparato ad amare.
Ho insegnato
a me stessa l'armonia
ricercandola
come meta proibita.
Ho imparato
che tutto quello che dono,
si trasforma
in ricevuto.
Ho imparato
che il male che faccio,
si trasforma
in dolore
che dovrò scontare.
Ho imparato
a sbagliare e rialzarmi.
Ho imparato
che ogni goccia
del mio sangue
grida un inno alla vita,
perchè io sono,
perchè io amo.


Per tutte coloro
che sono morte
denudate, rasate, rapate.
Per tutte quelle streghe,
mie sorelle,
che respiravano
più liberamente
avvolte dalle fiamme,
sapendo,
mentre abbandonavano
le spoglie femminili,
e la carne bruciata
cadeva come frutta
nelle fiamme,
che solo la morte
le avrebbe mondate
del peccato
per cui morivano :
il peccato di esser nata donna, che è più della somma
delle parti
di un corpo femminile.
Erika Jong





Debora Menozzi

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15 dicembre 2011
Gli abiti della collezione turco-ottomana del Museo della Tappezzeria Vittorio Zironi di Bologna in "Rivista di Studi Indo-Mediterranei"
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30 ottobre 2011
Il tempio di Venere Genitrix a Roma: Alma Venus, genitrix, hominum divomque voluptas.
Venere, Afrodite per i greci, in
origine era una dea italica della vegetazione primaverile, personificazione del
desiderio e del sentimento amoroso. I romani le diedero un grandissimo numero
di nomi ed epiteti corrispondenti ad altrettanti aspetti e funzioni
attribuiteLe, fra questi l’aspetto di Venere
Genitrix, che vince il male e restituisce fertilità e pace, in continua
rigenerazione.
Il tempio di Venere Genitrix fu voluto da Caio Giulio Cesare
(100 a.C.E.-
44 a.C.E),
conquistatore della Gallia. Il tempio rientrava in un progetto di ampliamento
del Foro Romano, inaugurato nel 46
a.C.E. e riguardante la costruzione di una lunga piazza
circondata sui tre lati da portici ed, addossato al colle capitolino, il tempio
a Venere Genitrix, la quale era madre
divina dell’eroe traiano Enea, che raggiunta la costa laziale diede origine
alla gens Iulia, dalla quale Cesare
discendeva. Attraverso quindi la costruzione del tempio a Venere Genitrix, egli ringraziava la Dea per le vittorie ottenute
in guerra e celebrava se stesso e le sue divine origini.
La costruzione di
questo foro diede vita ad una nuovo stile architettonico, che univa lo schema
greco ed ellenistico dell'agorà alla
classica struttura romana del tempio su podium: stile nel quale furono poi realizzati tutti i successivi fori
imperiali. Gaio Svetonio Tranquillo (70-126 C.E) nel suo De vita Caesarum scrive come davanti al tempio Cesare avesse fatto
posizionare una statua equestre che lo rappresentava a cavallo del suo destriero personale. Il
tempio fu affidato a un collegio di sacerdoti, incaricato di continuare i
giochi e le feste indette per la consacrazione, le quali furono però interrotte
alla morte di Cesare, per essere riprese per iniziativa di Augusto (63 a..C.E.-14 C.E.) ed una leggenda narra
che nel cielo apparve una grande cometa: l’anima di Cesare, dissero i romani.
Danneggiato dall’incendio sul
Campidoglio nell’80 C.E. fu ricostruito da Traiano (53 C.E.-117 C.E.) seguendo schema
architettonico e temi decorativi originari, e nuovamente dedicato nel II sc. Il tempio di Venere Genitrix era un tempio in stile
corinzio, di tipo ottastilo, cioè con
otto colonne sul fronte ed otto sui lati
lunghi, in marmo bianco lunense, ma privo di colonne sul retro, elevato su un
alto podio, si accedeva al tempio tramite due scale laterali confluenti in una
scale frontale che occupava il settore superiore del podio. Sopra l’architrave
correva un fregio sontuoso, decorato da girali di acanto. La cornice
sovrastante riccamente lavorata terminava con un motivo di delfini con code
intrecciate introno a tridenti, con un richiamo a Venere nata dalla spuma del
mare e portatrice dell’amore, di fertilità e ricchezza evocata dai rigogliosi
girali di acanto del fregio.
I muri della cella erano
ricoperti da pannelli di marmo bianco che scandivano verticalmente le pareti,
ed incorniciate da motivi vegetali e piccoli putti con le ali o amorini in
molteplici atteggiamenti. Il tema degli amorini tauroctoni, due amorini
affrontati nell’atto di sacrificare tori e quindi ministri di un sacrificio
celebrato in onore della Dea, pare sia stato appositamente creato per questo
tempio. Altri amorini, dalle gambe trasformate in foglie di acanto, depongono
offerte in un incensiere sostenuto da un elegante candelabro posto al centro
della composizione. Le colonne sorreggevano un
sontuoso fregio-architrave in marmo bianco lunese, nel quale ritroviamo i temi
degli amorini recanti oggetti-simbolo delle divinità dell’Olimpo rappresentati
perché rendessero omaggio a Venere. Sul lato frontale una terza serie
di pannelli raffiguranti amorini stant i leggermente di tre quarti, che
sorreggono ghirlande di fiori e frutta dalle
quali si snodano nastri dall’andamento sinuoso. Amorini incorniciavano anche la porta d’ingresso
sottolineando lo stretto legame tra Eros e Venere, gli amorini erano infatti
personificazioni di Eros, figlio di Venere e Marte, dio dell’amore, capriccioso
e scaltro, crudele e spietato. Il portale del tempio era
decorato da rigogliosi tralci d’uva, piccoli animali nascosti dalle foglie
lussureggianti. La stessa decorazione era riprodotta in una lastra raffigurante
un pergolato con tralci di vite simili al di sotto del quale si trovava un
recipiente per il vino sormontato da una maschera teatrale ed affiancato da una
pantera, con chiari riferimenti a Bacco che completa l’apparato simbolico
relativo alla Dea che porta prosperità, ma induce anche verso il prevalere
dell’istinto sulla ragione.
L’interno del tempio era
costituito da una cella a navata unica conclusa sul fondo da un’abside che
ospitava la statua di Venere Genitrix,
andata distrutta e sostituita con una copia in terracotta di un originale
bronzeo attribuito a Callimaco (Vsc a.C.E) raffinato scultore ed arhitetto greco, opera dello sculture greco neo-attico Archesilao. Al fianco della statua della Dea, ora consevata al Museo del Louvre a Parigi, era collocata un’effigie dorata di Cleopatra. Oltre a contenitori
con gemme incise, arricchivano il tempio due quadri di Medea ed Aiace, donati da Cesare sempre, incorniciati in una decorazione architettonica applicata alle pareti. Nel rifacimento dell'imperatore Traiano (53 a.C.E. - 117 a.C.E.) le
colonne del tempio inquadravano nicchie monumentali, sormontate da piccoli
timpani in marmo bianco ospitanti statue ed opere d’arte che facevano del
tempio un vero e proprio museo. Lo storico romano di lingua greca
Cassio Dione (155-229) nella sua Storia
Romana ricorda una statua di Cesare dedicata da Ottaviano 63 a.C.E.-14 C.E.), ed una statua collocata,
in un’edicola a sé stante, dal terzo imperatore romano Caligola (12 C.E. – 41 C.E.) della sorella
Drusilla (18 C.E.-38 C.E.) per la quale nutriva
un grande amore, tanto che alla sua morte l'imperatore la divinizzò come Diva Giulia. Gli
storici Tacito (55-120 C.E.)
e Svetonio (70-126 C.E.) i due fratelli avevano rapporti incestuosi.
Un ordine diverso architettonico nella
decorazione e nelle dimensioni esaltava due punti salienti della cella:
l’abside, delimitate da paraste (elemento strutturale architettonico inglobato
nella parete dalla quale sporge leggermente), da lesene (anch’esso elemento
strutturale architettonico inglobato nella parete dalla quale sporge
leggermente ma dalle sole funzioni decorative), ed il lato d’ingresso dove due
colonne che sorreggevano fusti in porfido più piccoli di diametro delle basi
sormontati da capitelli compositi, inquadravano all’interno il grande portale
di accesso all’aula di culto. Il completamento della zona
absidale è probabilmente di età adrianea con i pannelli con un solo amorino. La
ricca decorazione architettonica e scultore della cella era completata da una
pregiata pavimentazione in lastre di marmo “ a grande modulo” (Federico
Guidobaldi): lastre rettangolari incorniciate da fasce di paonazzo larghe un
piede e mezzo con quadrati di risulta ai vertici delle lastre rettangolari. Pronao (il portico colonnato
posto di fronte alla cella templare) e peristasi (porticato colonnato, di
solito quadrangolare che circonda, la cella, naos.) erano pavimentate in lastre di marmo lunense senza motivo
decorativo, ma non in asse con le colonne, bensì l’elemento di riferimento era
l’abside in fondo della cella: questo fa del tempio di Venere Genitrice un
edificio prototipale nell’architettura templare, che diverrà canonico nelle basiliche
paleocristiane. Articolo di Debora Menozzi (Lady RoseNoire)
----- Fonti:
M. P. Del Moro, M. Milella, L.
Ungaro, M. Vitti, Il Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano,
Mondadori Electa, Milano, 2007. Filippo Coarelli, Guida
archeologica di Roma, Arnoldo Mondadori Editore, Verona, 1984.
P.Maisto M.Vitti, Sotto il segno di Venere, in Archeo,
Anno XXVII, n.ro 8 (318), Agosto 2011, pp.38-53.
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Enea, figlio
del mortale Anchise, cugino del re di Troia, principe dei Cardani, e della
dea Venere, protagonista dell'Eneide del poeta romano Virgilio (70 a.C.E.-19 a.C.E.), fu esempio di uomo
obbediente agli dèi e umile di fronte alla loro volontà.
Bacco, il greco Dionisio,
era dio del vino, della vendemmia, e personificazione di quelle energie che
permettevano la maturazione dei frutti. Era raffigurato come un uomo col capo
cinto di pampini, ebbro reggente
spesso in mano ha una coppa di vino.
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10 ottobre 2011
A.Seierstad, Il Libraio di kabul
Leila … sente che il suo cuore è come una pietra pesante e solitaria, condannata a spezzarsi irreparabilmente. Leila si volta, fa quei tre passi che la separano dalla soglia, si chiude silenziosamente la porta alle spalle e se ne va. Il suo cuore infranto è rimasto lì. Presto si mescolerà alla polvere che entra turbinando dalla finestra, a quella che si nasconde nei tappeti. La sera stessa sarà lei a spazzare via tutto e gettarlo nel cortile di fuori.
Asne Seierstad, autrice de Il Libraio di Kabul, giovane giornalista norvegese nota per i suoi reportage in Kosovo, Cecenia ed Afghanistan appunto (per i quali ha vinto nel 2002 il prestigioso Free Speech Award, per il miglior reportage di guerra), entra al seguito delle truppe alleate a Kabul: abbiamo visto le immagini di uomini armati o in preghiera, i donne nascoste sotto i loro burka o che finalmente se ne liberavano, di bambini che andavano a scuola o che giocavano fra le macerie. Abbiamo vinto un popolo che cercava di risollevarsi dopo vent’anni di guerra. Due decenni di sangue e di sofferenze, di invasioni e di lotte fratricide. Ora è venuto il momento di ascoltare la voce di quel popolo … questa breve introduzione dell’autrice potrebbe bastare a commentare il romanzo, romanzo che vuole essere una testimonianza di vita di una famiglia afghana di medio ceto. In realtà pur essendo un romanzo ben scritto (e ben tradotto da Giovanna Paterniti), che cerca di riportare fatti storici, che presuppongono accurate ricerche, il Libraio di Kabul è il rassicurante libro sull'Afghanistan che ogni occidentale vorrebbe leggere. Rassicurante perché descrive una società retrograda, crudele, dove le donne sono vittime di se stesse e di uomini cattivi, e gli uomini di culture e concezioni arcaiche. Asne spiega con dovizia di particolari il regime talebano, cosa questo ha significato nella vita quotidiana di donne, uomini e bambini, il nulla che è seguito alla sconfitta dei talebani, il paese allo sbando, la miseria … quegli uomini armati che non sanno nemmeno che viso abbia Bin Laden o come fossero fatte le Twin Towers, o dove fosse New York ... ma si dimentica di raccontare con altrettanta dovizia di particolari della guerra disperata che il popolo afghano ha combattuto contro i talebani sotto lo sguardo indifferente del mondo e di come un gruppo di poveri, ignoranti, sparuti fanatici siano riusciti a giungere al potere; omette volontariamente di raccontare chi li armò, chi li appoggiò, chi decise che il mondo doveva essere indifferente.
Un libro rassicurante per qualsiasi occidentale perché assicura loro che il più grande problema per le donne afghane sia il burqa, ossessione dell'occidente, del quale si dilunga in lunghissime descrizioni su scomodità ed orrore, e non l’analfabetismo infantile, la mancanza di igiene, la mancanza di strutture … e soprattutto che se la mentalità di uomini e donne non muta, allora non servirà a nulla alle donne afghane vestire abiti occidentali, o camminare a viso scoperto ...
A. Seierstad, Il Libraio di Kabul, Edizione Sonzogno, Milano, 2003.
di Debora Menozzi
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24 settembre 2011
L’Oriente di Pasolini – Il Fiore delle Mille e una Notte nelle fotografie di Roberto villa
Una mostra su Pier Paolo Pasolini, uno degli ultimi intellettuali e grandi geni del cinema italiano il cui nome è sinonimo di libertà creativa, lontano dalle contaminazioni delle leggi di mercato, non meraviglia, ma emoziona.
Il fiore delle Mille e una notte (1973) fu il penultimo film diretto da Pier Paolo Pasolini prima della sua tragica uccisione (avvenuta nella notte tra l’1 ed il 2 novembre 1975), e l’ultimo capitolo della Trilogia della vita, comprendente le due precedenti opere cinematografiche Il Decameron (1971) ed I Racconti di Canterbury (1972).
Roberto Villa, fotografo e studioso di comunicazione (nato a Genova il 21 settembre 1937, che nel 2008 ha donato il suo archivio completo alla Cineteca di Bologna), seguì regista e troupe nelle terre dello Yemen e dell’Iran per documentarne le riprese, scattando milleduecento foto. Le foto in mostra presso la Sala Espositiva della Cineteca di Bologna sono una cernita tra i milleduecento scatti, e documentano non solo l’opera ed il lavoro del regista, ma anche i luoghi ed i volti di quelle terre dove i racconti de Le Mille e una Notte hanno avuto origine e sono stati tramandati tra i sussurri del vento ed i ruvidi volti del deserto.
La mostra, L’oriente di Pasolini è articolata in tre percorsi: i volti, i luoghi, il set.
I volti - una serie di primi piani delle genti d’oriente, uomini e donne, vecchi e bambini testimonianza dell’ultima disperata lotta condotta da quelle genti per sopravvivere uguale a se tesse, per non vedere scomparire la propria millenaria identità: gli uomini seduti nelle fumerie, od i venditori d’acqua, i cui abiti confondono le vecchie tradizioni d’oriente con le nuove d’occidente, in un contrasto disarmante e doloroso. E poi quei volti, i volti dei Vecchi, fieri di esserlo, i volti scavati da rughe che paiono wadi nel deserto.
I luoghi - fotografie di quel patrimonio dell’umanità che Pasolini celebra con la sua opera. L’azzurro del cielo, il giallo ocra del deserto, il verde dell’oasi di un paesaggio e di un’architettura che penetra in esso confondendovisi: Roberto Villa riesce a cogliere l’essenza di quel parto gemellare di Madre Terra, quasi ne fosse stato presente.
Il set del film – l’emozione, di un Pasolini concentrato, al lavoro, mentre osserva attraverso la cinepresa, o dirige gli attori, o discute il copione, anch’esso in mostra con le annotazioni del regista (vedi foto a lato). Un Pasolini il cui volto scolpito, il cui corpo granitico domina la scena, unico protagonista di un mondo sorto solo per compiacerlo.
L'Oriente di Pasolini è in mostra dal 26 maggio al 7 ottobre 2011, presso la Sala Espositiva della Cineteca di Bologna, Via Riva Reno 72, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00.
Ingresso Libero
Le foto di Roberto Villa sul sito della Cineteca di Bologna
di Debora Menozzi (Lady RoseNoire)
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9 settembre 2011
Biografia della dottoressa Nawal as-Sadawi: psichiatra, scrittrice, femminista, DONNA!
E' stato pubblicato sul sito l'Encilopedia delle Donne un mio contributo sulla scrittrice Nawal al-Sadawi, che potrete leggere linkando l'immagine ... buona lettura!

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4 settembre 2011
Kinku sigilli dell’età del Bronzo della regione di Gaziantep in Turchia

Kinku in lingua accadica significa letteralmente “etichette impresse”, esprimendo implicitamente la metodologia d’utilizzo del sigillo (termine con cui traduciamo in italiano la parola accadica), nelle civiltà proto-storiche del Vicino Oriente.
Gaziantep è una regione turca dell’Anatolia Sud Orientale, dove si trova la valle di Islahiye, luogo in cui nel 1883, furono ritrovate due statue in basalto decretando così nascita dell’archeologia pre-classica. Le prime campagne di scavo furono dirette dal Comitato per l’esplorazione dell’Antico Oriente, formatosi per l’occasione a Berlino nel 1887. Dal 2003 la missione turco-italiana diretta da Nicolò Marchetti per conto del Dipartimento di Archeologia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, in collaborazione con l’Università di Istanbul e con il Museo di Gaziantep, hanno condotto campagne di scavo nelle due città della Turchia sud-orientale di Tilmen Höyük e Tasli Geçit Höyük, (II millennio a.C). La spedizione turco-italiana ha scelto di adottare e sperimentare tecnologie all’avanguardia nell’ambito dello scavo e del rilevamento in situ, e di sperimentare tecniche di realizzazione di modelli tridimensionali dei reperti ritrovati, che renderebbe possibile la creazione di un database archeologico, consentirebbero nuove modalità di studio, e la realizzazione di copie del reperto in varie dimensioni.
La mostra Kinku, allestita in una delle sale del Museo Civico Medioevale di Bologna, documenta le metodologie e le nuove tecnologie di rilevamento e studio applicate dalla spedizione italo-turca a Giazantep di cui abbiamo parlato poc’anzi. Nelle bacheche sono esposte le impronte in plastilina dei sigilli, a stampo o cilindrici, mostrati in fotografia, accanto la scheda tecnica che ne riporta datazione, luogo di ritrovamento, dimensione, materiale originario ed un’ampia descrizione della simbologia e dello specifico utilizzo. Un disegno riproduce l’iconografia del sigillo, che si dimostrano essere veri e propri bassorilievi in miniatura, narranti usi e costumi delle civiltà dell’epoca,.
La possibilità d’interagire con schermi I-pad rende possibile comprendere come la rilevazione tridimensionale di un reperto consenta migliori possibilità di studio, come avvenga la tecnica di rilevazione tridimensionale, e contestualizzare geograficamente e storicamente i luoghi dei ritrovamento dei reperti.
Pannelli in lingua italiana ed inglese guidano il visitatore tra passato, presente e futuro, in un tempo ibrido sottolineato dalle pareti nere della sala, dal silenzio, fino a giungere dinanzi all’ospite d’onore della mostra: la stele, ritrovata all’interno del tempio posto nella città bassa di Tilmen Höyük, del XVIII sc a.C. (Bronzo Medio II) in basalto, scolpita in stile paleo-siriano raffigurante il dio della tempesta babilonese ed assiro Addu, analogo al sumero Hadad ed un alto dignitario di corte, accanto ad un visir.
Assolutamente consigliato l'acquisto del catalogo.
Per approfondire:
Kinku, il sito web della mostra
Museo Archeologico Gaziantep, Turchia
Il sito dello scavo nella città di Tilmen Höyük
Articolo di Debora Menozzi (Lady RoseNoire)
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27 agosto 2011
29-31 Agosto: IV Edizione dello SCIOPERO DEI CONSUMI
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Il secondo sito : www.urevolution.tk
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